Mix compenso / dividendo

Ogni euro di utile che una SRL trasferisce al suo socio-amministratore può imboccare due strade fiscali che non si somigliano affatto.

Ogni euro di utile che una SRL trasferisce al suo socio-amministratore può imboccare due strade fiscali che non si somigliano affatto. E su un reddito medio, scegliere la strada sbagliata — o peggio, non scegliere e lasciar decidere l'abitudine — significa lasciare sul tavolo diverse migliaia di euro ogni anno.

La differenza nasce da una asimmetria che spesso si dà per scontata. Il dividendo è tassato due volte: prima in capo alla società, con IRES al 24% e IRAP, poi in capo al socio, con l'imposta sostitutiva del 26% sulla quota effettivamente distribuita. Il risultato è un'aliquota complessiva che si aggira stabilmente intorno al 46-47%, e che ha una caratteristica precisa: è piatta. Non cambia se distribuisci diecimila euro o centomila. Il socio incassa sempre poco più della metà di quanto la società ha prodotto.

Il compenso amministratore segue tutt'altra logica. È un costo deducibile per la società ai fini IRES — quindi abbatte l'imponibile a monte — ma resta indeducibile ai fini IRAP, un dettaglio che pesa più di quanto sembri. Su di esso gravano i contributi INPS alla Gestione separata, oggi intorno al 26%, ripartiti per due terzi sulla società e un terzo sull'amministratore. E infine il compenso finisce nella dichiarazione della persona fisica, dove incontra l'IRPEF a scaglioni: 23% fino a 28.000 euro, 35% fino a 50.000, 43% oltre.

Qui sta il punto che cambia tutto. Il compenso ha un'aliquota progressiva, non piatta. Sui primi scaglioni è sorprendentemente leggero: un imponibile tassato al 23% costa meno di un utile che, per arrivare in tasca al socio, ne lascia quasi la metà per strada. Ma man mano che l'aliquota marginale sale verso il 43%, il vantaggio si assottiglia, e a un certo punto il dividendo torna competitivo. Le due curve si incrociano.

Ecco perché la domanda giusta non è "meglio compenso o dividendo?", posta come un aut-aut. La domanda è: in che proporzione dosare i due? Una parte del reddito conviene quasi sempre farla passare come compenso, perché occupa gli scaglioni IRPEF più bassi e sfrutta la deducibilità; la parte eccedente, quella che spingerebbe la persona nell'aliquota marginale massima, spesso è più efficiente lasciarla in società e distribuirla come dividendo. Esiste, per ogni situazione, un mix che minimizza il prelievo complessivo.

Per vederlo con i tuoi numeri, prova a muovere il cursore qui sotto: da un lato imposti il reddito lordo della società, dall'altro decidi quanta parte destinare a compenso. Il resto diventa automaticamente utile da distribuire, e la dashboard ricalcola in tempo reale imposte, contributi, netto in tasca e aliquota effettiva della combinazione.

C'è però una trappola in cui è facile cadere leggendo questi numeri, ed è la ragione per cui il "mix a carico minimo" va preso per quello che è. I contributi previdenziali che gravano sul compenso non sono un'imposta. Sono denaro che esce dalla cassa oggi ma che torna domani sotto forma di pensione. Trattarli come puro costo, e quindi correre a minimizzarli spingendo tutto sul dividendo, significa ottimizzare l'aliquota di quest'anno impoverendo la propria posizione previdenziale. Per un amministratore giovane, che ha ancora decenni di montante contributivo davanti, quei versamenti valgono più del risparmio fiscale immediato. Per chi è vicino alla pensione, o ha già una copertura piena da altre gestioni, il calcolo si ribalta.

Vanno poi ricordati i vincoli che il fisco non mostra in un grafico. Il compenso amministratore non è un rubinetto da aprire a piacere: deve essere deliberato dall'assemblea, essere congruo rispetto al ruolo effettivamente svolto e coerente con la realtà dell'attività, pena la contestazione della deducibilità. Il dividendo, dal canto suo, presuppone un utile capiente e una decisione di distribuzione. La leva fiscale, insomma, si muove dentro un perimetro civilistico che va rispettato.

L'implicazione pratica è netta, e riguarda soprattutto il metodo. La convenienza tra compenso e dividendo va decisa a inizio esercizio, quando c'è ancora spazio per deliberare un compenso e modularlo, non a consuntivo davanti al bilancio già chiuso, quando le strade si sono ristrette. Va valutata guardando la posizione complessiva della persona — altri redditi, altri contributi, orizzonte previdenziale — e non solo il reddito della società isolato. E va simulata prima di decidere, perché il punto di equilibrio si sposta con l'importo e con le aliquote, e ciò che era ottimale l'anno scorso può non esserlo quest'anno.

La pianificazione tra compenso e dividendo resta una delle poche leve pienamente lecite e a portata di mano per ridurre il prelievo su chi lavora nella propria società. Ma è una leva che premia chi la usa con anticipo e con una visione d'insieme, e penalizza chi la lascia all'inerzia. La differenza, alla fine dell'anno, si misura in migliaia di euro — e in qualche anno di pensione.

25 visualizzazioni

Hai domande su questo argomento?

Contattami
Torna al Blog